Marcella Raiola

Non voglio scrivere commenti, conferendo dignità di interlocutori a spurghi di fogna; trovo umiliante, pleonastico e surreale mettermi a dimostrare che le civiltà menzionate come baluardi dell’ordine suprematista, schiavile e patriarcale non sono paradigmi assiologici, non sono slogan, non sono bandiere, non sono state blocchi inarticolati. Non voglio con fiero sdegno invitare dei decerebrati ad andarsi a leggere la vita di Romolo di Plutarco per capire quanto e come Roma, nata sul diritto d’asilo, abbia prosperato sulla sua caratteristica di città orgogliosamente bastarda e meticcia; non voglio far presente che le suddette civiltà non sono rimaste monoliticamente dove chi ne abusa le colloca, ma sono state raccontate e riscoperte come di volta in volta i secoli chiedevano o imponevano.
Non voglio neanche provare a ironizzare in modo tagliente e brillante, perché l’ironia, spesso, è l’arma degli impotenti o di chi sottovaluta pericoli enormi e tangibili perché fa l’errore di considerare l’enormità di un progetto deformante come garanzia della sua inattuabilità, o di ritenere che il proprio sconcerto sia condiviso dai più.
Voglio sapere - constatato amaramante che a livello politico, sociale, culturale e dialettico non c’è reazione adeguata - perché, a livello giuridico e procedurale, è consentita la partecipazione alle competizioni elettorali di partiti che presentino programmi che violano palesemente i principi fondativi della Costituzione.
Abbiamo folklorizzato la Lega; abbiamo deriso i buzzurri con le corna “celtiche” in testa; abbiamo storto la bocca di fronte alle cerimonie sul Po e vergato articoli dotti contro la nozione analfabeta di “Padania”; abbiamo tollerato che Gianfranco Miglio propagandasse in TV in prima serata idee naziste e deterministe di sterminio e ghettizzazione dei “parassiti” del Sud, discendenti del “predone” Ulisse…
E quei buzzurri con le corna in testa terrorizzati dalla sottrazione degli “schei” più che dalla guerra civile, trascinati e persuasi da fomentatori d’odio corrotti e in malafede, travolti dagli scandali eppure tanto spudorati da dichiarare di essere “locomotiva” e coscienza etica del paese, hanno prevalso con regolari elezioni, hanno avvelenato e brutalizzato ulteriormente la vita politica e ora stanno attuando, con l’autonomia differenziata, l’agognata secessione, grazie anche a quella sinistra venduta e vile che, per inseguirne i successi elettorali, offrì loro sul piatto d’argento, con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, la possibilità di rubare le risorse comuni e di tarare i diritti sulla residenza.

Pavento l’iterazione di quel tragico errore. Docenti, funzionari Onu e attivisti che difendono i diritti umani, universali e internazionali vengono sanzionati, perseguitati, inquisiti, indagati, incarcerati, multati, censurati, intimiditi, minacciati di licenziamento e fatti oggetto di ritorsione, mentre si consente a degli infami che negano l’uguaglianza sostanziale e giuridica degli esseri umani, sancita con immani sacrifici e sofferenze in secoli di lotta a tutte le latitudini, di avere agibilità politica e di partecipare alle elezioni di quella che nei discorsi che grondano retorica viene definita “Repubblica democratica”?
Se il meccanismo elettorale “democratico” consente a chi promette di cancellare l’essenza della Democrazia e dell’Uguaglianza di presentarsi a democratiche elezioni, c’è una grossa falla nel sistema.
Una falla giuridica, ma anche civile e istituzionale, perché il fatto stesso che sia lecito candidarsi con un programma che gerarchizza gli esseri umani su base sessuale, etnica, religiosa, è anche un vulnus alla credibilità delle istituzioni che si spacciano per garanti dell’uguaglianza.
I pregiudizi sono il presupposto teorico dei reati più odiosi. Si smontano con la cultura, la storia, lo studio, certo, ma se poi si consente, col pretesto di una malintesa “libertà”, che siano sdoganati e nobilitati fino a diventare “ideologia”, e se si tollera, magari per bieco calcolo di poltrone, che siano elevati al rango di programma di un partito, lo sforzo culturale diventa utopia di anime belle, la Costituzione diventa carta igienica e il Diritto diventa la maschera di cui l’aguzzino spietato si serve per autorappresentarsi come ispirato civilizzatore e “unto” di tutti i signori.

Ovidio, che scrisse “prisca iuvent alios… haec aetas moribus apta meis” (i tempi antichi giovino pure agli altri; questa è l’epoca adatta al mio stile di vita), morì in esilio per aver additato l’ipocrisia solenne di un’autocrazia sanguinaria che si presentava come principio e sorgente di ordine, morigeratezza e disciplina (sacrificando, manco a dirlo, anzitutto le libertà delle donne).
Non ci meritiamo di morire in esilio. Non ci meritiamo di essere espulse/i anche de iure dal novero degli esseri umani detentori di diritti che contribuiamo a rendere non negoziabili e non reversibili prendendo ogni giorno il testimone da chi ha lottato prima di noi. Non dev’essere ammesso al gioco chi ne disconosce e calpesta le regole. Vale per ogni gara. Com’è possibile che non valga per la gara in cui si decide chi governa questo disgraziato paese, in quest’infernale contesto mondiale?

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